4 marzo 2013

post voto

A una settimana dal risultato delle elezioni politiche sembra che l'Italia sia ancora sotto choc (se non è in festa), incapace di capire, soprattutto nelle sue componenti più conservatrici e nell'apparato politico-burocratico radicatissimo, la dimensione della "rivolta" che ha portato in massa al parlamento il movimento 5 stelle. 
Michele Serra, come sempre uno degli osservatori più brillanti e liberi, anche con tutti i limiti derivanti da una posizione ideologica molto definita, ha paragonato il movimento 5 stelle al '68, cogliendo l'importanza "generazionale" del voto del 24 e 25 febbraio.
I segnali evidenti di un "corto circuito" erano già presenti in un fenomeno estremamente circoscritto come è stato quello delle primarie del centro-sinistra, solo 3 milioni di persone al voto, in cui però l'outsider Renzi (classe 1975), osteggiato senza esclusione di colpi da tutto l'apparato del centro-sinistra stampa compresa, è riuscito al primo turno ad avere il 36,9%, contro il 44,6% del segretario Bersani (classe 1951). Poteva bastare questo agli osservatori per capire la dimensione del fenomeno e io scommetterei che in quel 36,9% c'erano molti elettori "trasversali" che poi hanno votato 5 stelle. Aver ignorato quel segnale così evidente, è stata allo stesso tempo la dimostrazione dell'incapacità di vedere la realtà e dell'attaccamento alle proprie posizioni, anche se oggi ha più l'immagine dell'inadeguatezza, soprattutto perchè quella critica alla politica e al suo linguaggio lontano dalla realtà delle persone era già presente in maniera evidente nel programma, nelle parole e in tutti gli eventi promossi da Renzi.
Se aggiungiamo a queste considerazioni il fatto che il voto anti-sistema, di protesta, quello che viene dal basso e spiazza l'opinione pubblica e i sondaggi, non sia in realtà un fenomeno così nuovo nell'Italia repubblicana, chi oggi si dimostra sospreso dal ribaltamento dei sondaggi, potrebbe essere definito come minimo una persona distratta.
La parentesi del governo tecnico, anche se figlio del sistema economico consolidato, è stata sicuramente positiva per il cambio di rotta e per il nuovo linguaggio, ma ha pagato pesantemente il poco tempo a disposizione e la mancanza di una maggioranza politica. Alla prova elettorale poi, riuscire a presentarsi in tempi strettissimi come forza di innovazione, come a mio avviso era, quando sei chiaramente parte del sistema e ti allei con i centristi di sempre, era veramente un'impresa impossibile, ma nonostante tutto l'8,3% alla camera è un risultato rilevante, soprattutto alla luce della situazione generale degli altri.
L'offerta politica per un elettore che cercasse una visione nuova e più contemporanea, che superasse il diabolico bipolarismo, si è limitata in pratica al solo movimento 5 stelle, con Monti e Giannino troppo deboli per poter costituire un vero terzo polo.

L'incapacità del sistema politico-amministrativo italiano di adeguarsi ai cambiamenti economici e sociali è un fenomeno di assoluta evidenza, probabilmente in atto già da molti anni ed è sicuramente coinciso in larga parte con la cosiddetta seconda repubblica.
La "furia" legislativa, a livello nazionale e regionale, è un fenomeno in continua crescita che, invece di migliorare la situazione e dare una svolta al Paese, ha creato e continua a creare sempre maggiore confusione e ci tiene invischiati nelle sabbie mobili di troppi veti incrociati e livelli decisionali, che spesso poi finiscono per non decidere o farlo con tempi lunghissimi, come avevamo raccontato in l'italia e l'architettura
In pratica si cambia sempre tutto per non cambiare nulla
Il testo unico dell'edilizia del 2001, in vigore dal 2003, è già stato modificato più volte, ma è ancora legato a definizioni spesso inutili e superate degli interventi edilizi risalenti al 1978.
La legge urbanistica nazionale, come ho già scritto, è del 1942 e non contiene indicazioni sui più moderni sistemi perequativi applicati ormai dovunque, oltre a non prevedere nessun tipo di controllo sul consumo di suolo agricolo.
Se aggiungiamo a queste anomalie il fatto che i comuni per raddrizzare i bilanci, invece di tagliare le spese inutili, utilizzano gli oneri derivanti dai permessi di costruire (e per alcuni anni ci hanno anche pagato gli stipendi), il quadro sulla deriva dei nostri territori è completo. 
Come dire che dove non è arrivato l'abusivismo, c'è l'avidità e la follia delle amministrazioni.
I Paesi europei che hanno oggi le economie più floride e più stabili, Germania e Svezia, hanno avuto una grande crisi negli anni '90, superata brillantemente con politiche economiche coraggiose e puntano molto sull'edilizia, ma con un controllo elevatissimo e vero sul paesaggio, sugli aspetti energetici e sul consumo di suolo, quindi più in generale sul territorio.

La nostra legislazione invece pone, soprattutto sul paesaggio, molti vincoli, che sembrano però più passaggi burocratici con grande produzione di carta e inchiostro, che vera protezione del territorio e non fa quasi nulla per valorizzarlo e renderlo ad esempio parte dell'offerta turistica. In questo senso la regione Lazio è un caso emblematico, avendo un territorio ricchissimo di valori storici e paesaggistici, che hanno però pochissima visibilità e non riescono quasi mai ad attirare il turismo al di fuori della Capitale.