23 giugno 2014

Phyllis Lambert e gli architetti italiani

Una delle cose che mi ha sempre enormemente impressionato dell’Italia è il contrasto tra i molti meravigliosi centri storici, ad esempio nei dintorni di Vicenza, dove sono stata di recente, o nell’area di Lecce e in tutta la Puglia, e la pessima qualità di molte aree residenziali intorno a essi. Viene da chiedersi dove abbiano studiato gli architetti che le hanno progettate, o forse molti di loro non erano nemmeno architetti. C’è qualcosa di molto sbagliato in questo stato di cose.

Phyllis Lambert oggi (© JBC Média par Claude Gagnon)

Queste considerazioni di Phyllis Lambert sull'architettura contemporanea italiana, espresse in un'intervista rilasciata a Michela Rosso per il giornale dell'architettura hanno scatenato le ire degli architetti italiani, al punto che lo stesso giornale ha pubblicato una risposta piuttosto arrabbiata di un lettore/ architetto? alla Lambert. 
Livio Sacchi, presidente dell'Ordine degli architetti di Roma, parlando di New Urbanism americano in occasione delle giornate dedicate a Colin Rowe, ci ha tenuto a sottolineare quanti iscritti abbiano sollecitato una sua risposta ufficiale alle critiche, ma non credo che Sacchi abbia intenzione di rispondere, anche perchè secondo me è abbastanza d'accordo...

Il fatto che alla bellezza dei centri storici italiani, tra i quali obiettivamente è molto difficile trovarne uno di scarso valore anche tra quelli minori, si contrappongano vaste aree residenziali di una qualità urbana e spesso anche architettonica scadente, mi sembra una considerazione talmente evidente da non richiedere neppure un particolare commento. 
Aggiungerei poi il fatto che, proprio come architetto, mi sento ancora più responsabile per i disastri prodotti, spesso a causa di modelli abbracciati con eccessivo entusiasmo e poca capacità critica, anche se è piuttosto evidente che la colpa della bassa qualità delle porzioni di città realizzate in epoca moderna e contemporanea non è solo "nostra", come ho avuto modo di scrivere già in le colpe degli architetti.
Considerazioni di questo tipo sono già state espresse nel corso degli ultimi anni da vari personaggi, tra cui a memoria Paolo Portoghesi e Mario Botta, per citare solo i più illustri e mi sembra molto strano che noi architetti italiani non siamo in grado di vedere queste cose da soli.

Quello che trovo più discutibile della lettera di risposta è che, di fronte ad appunti di tipo urbanistico-architettonico, quindi di carattere culturale ed estetico, si risponda con considerazioni politiche, che, seppure valide, sono poco pertinenti rispetto al problema sollevato. Si elencano anche vari architetti italiani importanti del passato (quello elogiato dalla Lambert) e del presente, tra cui uno svizzero, Botta che è tra i più critici nei confronti della città contemporanea, senza cogliere a mio avviso il senso più importante del messaggio, cioè quello della bellezza della città come organismo, quindi nel suo complesso


La Lambert con Rem Koolhaas (© CCA)

L'intervista alla Lambert è dovuta al fatto che si tratta di uno dei personaggi del momento grazie al Leone d'Oro alla carriera assegnatole dalla Biennale di Venezia:
Non come architetto, ma come committente e curatore, Phyllis Lambert ha offerto un eccezionale contributo all'architettura.
Senza la sua partecipazione, uno dei pochi esempi di perfezione assoluta realizzato nel XX secolo, il Seagram Building a New York, non sarebbe mai esistito.
La creazione del Canadian Centre for Architecture di Montreal combina una rara visione con una rara generosità nel conservare episodi fondamentali del patrimonio architettonico, e permette di studiarli in condizioni ideali.
Gli architetti creano architettura; Phyllis Lambert ha creato architetti...
La Lambert, Mies e il modellino del Seagram Building
Oltre ad essere stata una protagonista fondamentale, come figlia del committente e poi vera committente operativa dell'edificio, nella vicenda della costruzione del Seagram Building di New York, a partire dalla scelta dell'architetto, un certo Mies van der Rohe, fino alla sua conservazione, ha anche fondato il Canadian Centre for Architecture di Montréal, una delle poche istituzioni mondiali dedicate alla diffusione della cultura architettonica e alla conservazione dell'architettura. Niente male come curriculum.