6 febbraio 2015

il principe urbanista

The Architectural Review ha pubblicato recentemente i dieci principi per una crescita urbana sostenibile che valorizzi la tradizione sviluppati dal principe del Galles Carlo d’Inghilterra.
I dieci punti nella grafica di dezeen


Mi ha piuttosto sorpreso che questa rivista mi abbia chiesto di spiegare perché ritengo che gli approcci tradizionali e i principi universali siano così importanti nella progettazione di edifici e ambienti urbani. È confortante, devo dire, che la rivista stia incoraggiando un 'Grande Ripensamento' perché la progettazione di luoghi secondo la scala umana e con la Nnatura al centro del processo è sempre stata la mia preoccupazione centrale. La ragione di ciò, credo, è stato troppo spesso fraintesa...
Ho perso il conto delle volte che sono stato accusato di voler riportare l'orologio indietro a una qualche Età dell'Oro. Niente potrebbe essere più lontano dalla mia mente. La mia preoccupazione è il futuro...



The Prince of Wales at Poundbury - The Architectural Review

1. Le nuove aree di sviluppo urbano devono rispettare il terreno in cui sorgono, quindi non essere invadenti e adattarsi al paesaggio che le circonda. 
2. L'architettura è un linguaggio e ha bisogno di regole grammaticali. 
3. Anche la scala è importante e gli edifici si dovrebbero rapportare all'uomo, così come alle costruzioni e agli altri elementi che i trovano nel suo intorno.
4. Armonia delle parti. La ricchezza deriva dalla diversità, come dimostra la natura, ma ci deve essere coerenza e ogni edificio deve essere in sintonia con i suoi vicini, non essere uguale a loro.
5. La creazione di spazi delimitati racchiusi da edifici è preferibile rispetto ai gruppi di case, soprattutto perchè incoraggia gli spostamenti a piedi e fa sentire le persone più sicure.
6. Anche i materiali sono importanti. Oggi utilizziamo troppo materiali standard, come cemento, alluminio, vetro e acciao, slegati dal carattere dei luoghi in cui costruiamo.
7. Limitare i segnali stradali e sostituirli con elementi come curve, piazze o alberi, che se posizionati ogni 60-80 metri portano i guidatori a rallentare quasi naturalmente.
8. Il pedone deve essere al centro del processo di progettazione e riprendersi la strada.
9. Densità. Lo spazio è prezioso, ma non dobbiamo necessariamente ricorrere ai grattacieli che alienano e isolano. Le case a schiera e gli edifici per appartamenti, come quelli di Kensington e Chelsea a Londra danno maggiori benefici con densità abitative piuttosto alte.
10. Flessibilità: la rigida pianificazione generata dall'ingegneria del traffico tenderebbe a rendere inutili tutti i principi enunciati sopra, ma è possibile adottare schemi più flessibili.

Inutile dire che l'articolo ha provocato numerosissime critiche dagli architetti, inevitabili quando si prende una posizione così distante da quasi tutto il mondo dell'urbanistica e dell'architettura contemporanee e si è (ingiustamente) uno dei personaggi pubblici più derisi e sottovalutati.


Devo confessare invece di aver provato interesse nella lettura dell’articolo, maggiore rispetto a quello generato mediamente da molti siti e blog di architetti e urbanisti italiani (e non solo!).  
Non essendo inglesi infatti possiamo leggere le considerazioni del principe come un contributo di un intellettuale, senza nessuna problema di sudditanza o condizionamento "politico" e  apprezzare il fatto che un non addetto ai lavori sia così preparato e interessato ai temi della progettazione architettonica e urbana. 
Direi che gran parte delle considerazioni fatte sono abbastanza condivisibili e in linea con le più recenti tendenze della biourbanistica, che si sta sempre più diffondendo soprattutto in quei paesi, penso ad esempio a Stati Uniti e Canada, che molto più degli altri e sin dall'inizio hanno sviluppato le loro città a misura di auto.
Non dovremmo mai dimenticare comunque che le principali scelte urbanistiche ed architettoniche vengono compiute da persone che non rivestono il ruolo di architetti, ma di politici e amministratori e questo ci “libera” da molte colpe. Colpe che noi architetti abbiamo deciso di accollarci quando, con l’idea di cambiare il mondo attraverso la città, abbiamo realizzato, complice una scellerata industrializzazione dell’architettura, i quartieri più invivibili che la storia ricordi.