22 luglio 2013

oggetti architettonici

Paradossalmente direi che nel risultato finale l'architetto dovrebbe quasi sparire, nel senso che il suo compito non è quello di "firmare" l'opera, ma di fare in modo che ogni cosa sia al suo posto e l'intervento rappresenti un insieme armonico.
So bene che questa mia considerazione è un po' provocatoria ed estrema, ma il suo significato è molto importante e sono certo di non essere il solo a pensarla così.


[…] Io detesto gli oggetti architettonici anche se devo riconoscere che ce ne sono alcuni straordinari, eccezioni di architetti eccezionali; architetti mediocri fanno invece oggetti sguaiati e insopportabili; […]
Una città non può essere fatta di oggetti architettonici, di sculture.
I nostri edifici si devono relazionare al contesto in modo civile, fanno parte di un tessuto anche se crescono in uno spazio anonimo come le periferie.
Credo anzi che la città contemporanea abbia bisogno di recuperare serenità; gli “oggetti”, le “sculture” possono essere solo eccezioni, come un tempo le cattedrali e i palazzi pubblici, come il Guggeneim a Bilbao. Io comunque non sono uno scultore.
[…] è a tutti noto che lo stato dell’architettura italiana non è dei migliori. Io penso che le responsabilità maggiori siano della mediocrità della committenza pubblica e privata e della scuola, che, aprendosi ad un numero eccessivo di studenti, non è stata più in grado di formare architetti, ma prevalentemente laureati in architettura.
[…] Senza una scuola migliore credo che l’architettura italiana rimarrà a lungo afflitta da superficialità e dilettantismo.

Il condizionamento storico potrebbe anche essere un vantaggio... 
Credo che possa essere un vantaggio. Preferisco lavorare in un contesto che mi condizioni fortemente piuttosto che in uno anonimo; un contesto difficile e stratificato è molto più stimolante e capace di sollecitare soluzioni più ricche.
 
Lei ha scritto: “I grandi architetti hanno concepito sempre bellissimi particolari e il dettaglio è la sostanza stessa dell’architettura” (da: “Architettura della Semplicità”). Architettura quindi anche come “arte del costruire”, come poteva essere per Scarpa e Michelucci...
Il buon costruire è una parte essenziale del nostro mestiere. Credo che sia una questione etica. Nel caso di Scarpa il “bene” arriva al “meglio”, diviene un’arte eccelsa anche se a volte sovrabbondante. Io aspiro ad un modo di costruire sofisticato ma che non superi lo stato di necessità.
In Italia il contesto culturale ed economico rende molto difficile raggiungere il livello dell’eccellenza.
[…] Non si devono più fare brutte scuole, brutti cimiteri, brutti ospedali ecc, per giunta mal costruiti, perché una buona architettura dei servizi pubblici aiuta a vivere meglio e a elevare il livello culturale dei cittadini.
La qualità degli edifici e delle città dovrebbe essere considerata uno degli obiettivi primari del governo di una nazione evoluta e di ogni amministratore.
(Massimo Carmassi su COSTRUIRE IN LATERIZIO n.66 del 1998)