6 agosto 2013

il pensiero di Ciriani

Henri Ciriani è sempre stato per me uno degli architetti più interessanti, sia per la sua ricerca in continuità con il Movimento Moderno, che per l'importanza data all'insegnamento dell'architettura. Quando ero a Parigi mi raccontavano che le sue lezioni all'Università di Belleville avevano un tale richiamo, che vi assistevano anche delle troupe televisive


L'architettura una sfida al futuro o una risposta al presente?
[…] Il futuro è la situazione nella quale il pensiero architettonico si trova più a suo agio, ma se si potesse fare tutto subito, sarebbe molto meglio. […]
Il futuro in quanto concetto ha portato all'architettura più danni che vantaggi. […]
Non c'è più nessuno che voglia costruire un edificio che funzioni bene, che sia bello e che tenga conto delle persone che lo abiteranno... 
Tutti sono pronti invece a realizzare un edificio strano, mai visto prima, che potrebbe benissimo far parte di una scenografia di Star Trek. […]   
Qual'è il ruolo della cultura nella formazione dell'architetto?
La cultura rappresenta il 50%, il lavoro l'altro 50%. Il talento non c'entra. Con la cultura ed il lavoro non c'è bisogno di nient'altro per essere un grande architetto.
La professione dell'architetto ha attraversato oggi una crisi profonda: esiste una motivazione particolare? Oppure la crisi è sempre stata in simbiosi con la nostra professione?
L'architettura si è sviluppata ogni qualvolta c'è stato progresso e entusiasmo. Al contrario delle arti, per le quali le crisi sono abbastanza importanti, noi abbiamo bisogno di lavoro. Per sviluppare l'architettura c'è bisogno di una società che creda.
Ciò che viene favorito in un periodo di crisi è il pensiero, la riflessione, l'introversione, ma non l'architettura. Forse l'architetto può trarre beneficio da una tregua, può nascondersi nel sottosuolo dai bombardieri per riflettere, ma non l'architettura.
Lei ha detto: "L'obiettivo dell'architettura è emozionare". Può spiegarci questa frase?
E' vero. La prima emozione che si ricerca è senza dubbio la più importante e non è l'emozione di tipo artistico, nei confronti  della quale siamo un po' diffidenti, perchè ha valore finchè tale qualità artistica fa parte dello spirito del tempo. Cerchiamo pertanto un'emozione che possa essere atemporale: fare in modo che l'edificio ci appaia esattamente come deve essere, senza che nulla debba essere tolto o aggiunto.  
(Cristiana Volpi, Saper credere in architettura, Clean Edizioni Napoli 1997)
 
 
Fonte delle foto: blog di Henri Ciriani

Che cosa pensa dello star system?  
Penso che lo star system non sia realmente un problema. Fa parlare d’architettura, questo è positivo. Il problema è quando si adopera per degli architetti lo star system dei cantanti o dei calciatori. Lo star system degli architetti come lo concepisco io dovrebbe indurci a visitare in massa i loro edifici e non ad ascoltare quello che raccontano, a chiedere autografi o a seguirli nelle loro vite, private e professionali. […]
Oggi, se fai un edificio che funziona bene viene liquidato come una cosa già vista; e avanti il prossimo. È l’adeguamento dell’architettura alle esigenze mediatiche a costituire il problema. E’ inammissibile che la tecnologia più avanzata sia utilizzata per creare delle facciate molto particolari e non per vivere meglio. […] La cosa più difficile al mondo è fare qualcosa nella quale riconoscersi. Perché agire diversamente? E’ o no un buon edificio? È buono o no come museo? È o no una chiesa dove sentiamo la voglia di credere? Nessuno parla di questo. Rem Koolhaas ha detto che più un edificio è grande, meno deve esserci rapporto fra quello che succede all’interno e quello che succede all’esterno. Questo è un punto di vista. Ma viene interpretato come un’autorizzazione per fare quello che si vuole.
Un architetto può pensare tutt’una città da zero?
Le Corbusier l’ha fatto, Lucio Costa anche. Il problema è di sapere se sia possibile darle vita. Molte persone vivono in città assolutamente prive d’interesse architettonico, ma che sono le persone stesse a rendere interessanti.
[…]
Io sono rimasto molto italiano, penso che ciò che bisogna fare sia aggiungere qualità. Bisogna fare un edificio che sia magnifico. Quello che mi ha fortemente turbato è la scomparsa di due criteri: la bellezza e il progresso. Queste due parole che erano per noi, per la mia generazione il summum della positività, non avevano un millimetro di negatività. Oggi pronunciarle ti rende una vittima sicura. La bomba atomica ha fatto vietare il progresso. E se oggi uno fa qualcosa di bello viene considerato antiquato. 

(Intervista con l’architetto Henri Ciriani, Parigi 2004) 

Oggi, dopo 30 anni di lavoro e di insegnamento in Francia, Henri Ciriani, peruviano di origini italiane, si sta dedicando anima e corpo alla sua città natale Lima, attraverso la didattica e i progetti, ma sta anche conducendo una grande battaglia per difendere il suo Museo di arte antica ad Arles (1983-1995).
Se mi chiedete qual è il mio stato d’animo di fronte all’evidente violenza che sta affliggendo il mio museo, posso solo dire che mi trovo ad affrontare la mia prima depressione. Ho consacrato dodici anni della mia vita di architetto (sui trenta dedicati alla professione in Francia) per realizzare quest’opera che ora si sta demolendo senza alcun rispetto.
Com’è stato il suo ritorno in Perù e la sua nuova vita nella campagna francese? 
[…] Si può lasciare un paese ricco e una celebrità senza che questo sia un rifiuto del proprio futuro. È un diverso modo d’invecchiare.  […] Vivere in campagna mi garantisce la calma necessaria per pensare ai miei progetti peruviani. Vivo nel mezzo della Borgogna dove c’è la carne migliore, il vino migliore e il secondo paesaggio più bello dopo la Toscana. Non crediate che sia masochista. Vivo in un posto bellissimo. Attraverso il web, poi, sono in contatto con il mondo.

(Henri Ciriani: a Lima vivo la mia seconda vita)