27 gennaio 2016

rothko, mies e michelangelo

Mark Rothko in realtà si chiamava Markus Rotkowičs, era nato in Lettonia, ma si era trasferito negli Stati Uniti quando aveva 10 anni. Tutti però lo conosciamo come Rothko, uno dei più influenti artisti dell'espressionismo astratto americano, le cui opere sono oggi esposte in tutto il mondo e vantano record incredibili per le cifre stratosferiche di vendita.
In vita è stato un artista rivoluzionario, ma vedendo oggi le sue opere, soprattutto a confronto con quelle contemporanee, le possiamo considerare ormai dei "classici".
Non è un caso quindi che il suo nome sia legato a due grandissimi architetti, separati dagli anni e dallo stile, ma uniti dalla capacità delle loro opere di sfidare il tempo che passa; Michelangelo Buonarroti e Ludwig Mies van der Rohe.
I Murali del Seagram alla Tate Modern. Photo: David Sillitoe

La storia dei suoi Murali esposti alla Tate Gallery di Londra è davvero singolare. 
Nel 1958 viene incaricato di realizzare una serie di dipinti murali per il lussuoso ristorante Four Season che si trova al piano terra del famosissimo grattacielo del Seagram Building di New York, realizzato su progetto di Mies van der Rohe e Philip Johnson, l'edificio che meglio rappresenta architettonicamente l'economia americana attraverso un linguaggio minimalista creato con materiali di pregio. L'artista si dedica con grande impegno all'opera. Prende in affitto una ex palestra abbastanza ampia da poter ricreare le proporzioni degli spazi del ristorante e lavora tanto da produrre almeno tre versioni dell'opera. 
In effetti si tratta dell'incarico più importante e prestigioso mai ricevuto da un pittore del movimento dell'espressionismo astratto americano, che viene però dal mondo dei ricchi, da un ambiente molto diverso dal suo. Rothko lo sa bene ma accetta l'incarico da 35.000 dollari.   
Nel 1959 però, nonostante il duro lavoro di mesi, rinuncia al lavoro e restituisce il denaro.
The Four Season Restaurant
Oggi sappiamo che aveva accettato di decorare le pareti del Four Season quasi come una sfida e con intenzioni del tutto maligne, quelle cioè di creare un ambiente che rovinasse l’appetito a ogni figlio di puttana che fosse entrato in quella sala per mangiare.
Voleva provocare una sensazione di claustrofobia, sopraffare le persone per strapparle alla futilità della vita e riportarle alla purezza della dimensione umana, alla solitudine.
Probabilmente però la cena consumata al ristorante di ritorno dall'Italia nel 1959 con la moglie Mell, lo convince che i clienti non si sarebbero fatti coinvolgere dal significato profondo della sua arte, dalle forme, dai colori. L'arte non avrebbe potuto cambiare nulla, ma si sarebbe limitata a decorare lo spazio, a fare da contorno alla serata, rendendo inutile(?) il suo lavoro.
Quella stessa sera quindi chiamò un amico per dirgli che avrebbe restituito il denaro e ritirato le sue opere, dicendo al suo assistente di studio che chiunque avesse mangiato quel tipo di cibo per quei prezzi non avrebbe mai guardato un suo dipinto.

Tate Archive Collection
Quando a metà degli anni '60 il direttore della Tate Gallery Norman Reid gli propone di ampliare la sua presenza nel museo, Rothko suggerisce un gruppo di dipinti murali realizzati per il Four Season insistendo sulla necessità che fossero esposti in un ambiente specifico e non mischiati con altri suoi lavori. Nel 1970 la Tate, dopo aver preparato un modellino in cartone dello spazio a disposizione, riceve dall'artista americano nove "murali" che sarebbero stati esposti quasi ininterrottamente come la cosiddetta Rothko Room.  
Rothko però non mise mai a punto uno schema finale della disposizione dei suoi murali per il ristorante Four Seasons e non lo fece neppure per la Tate.
Per uno strano scherzo del destino i dipinti arrivarono a Londra proprio la mattina del 1970 in cui Rothko si suicidò nel suo studio di New York. 

 

L'ispirazione, come espressamente riconosciuto dall'autore, è venuta dalla Biblioteca Laurenziana di Michelangelo, che aveva visto nel suo viaggio in Italia del 1959 e da quell'idea di un ambiente con delle finestre disegnate sul muro da cui era impossibile vedere la luce.
Il senso di claustrofobia è accentuato poi dalla conformazione delle pareti: queste altro non sono infatti che facciate di palazzo rivolte all'interno, con colonne binate incassate nel muro e le nicchie cieche in luogo di finestre (Peter Murray - Architettura del Rinascimento)
 
Il vestibolo della Biblioteca Laurenziana (Google immagini)

Se quindi l'architettura viene da Michelangelo e dalla Laurenziana, i colori, quei profondi neri e rossi, come Rohtko ha detto a John Fischer direttore della rivista Harper, vengono dalle pitture murali viste nella Villa dei Misteri a Pompei.

Dipinti murali nella Villa dei Misteri a Pompei (Google immagini)