28 febbraio 2016

Rigenerare le città

Ci sono momenti nella storia in cui cambiano i paradigmi e cadono le certezze su cui per decenni si erano basati i comportamenti sociali e politici: questo è uno di quei momenti, di quei ‘punti di catastrofe’...
Comincia così la bella introduzione dell'architetto Freyrie al dossier sul riuso pubblicato dal Centro Studi degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori.
Il testo è un ottima base per l'architettura di domani, che sarebbe potuta già essere quella di oggi e di ieri se fossimo stati in grado di capire in tempo il nuovo ciclo edilizio che ci attende.  
 
Un grande progetto d’investimento d’idee e denaro sulle città è la vera risposta alla crisi che gli italiani aspettano, per aiutarli a rimettere a posto gli otto milioni di edifici che si avviano a fine vita, per risparmiare venticinque miliardi all’anno di energia sprecata, per mettere le case in sicurezza da sismi e inondazioni, per realizzare spazi pubblici che ridiano il senso delle comunità, per creare le condizioni perché fioriscano idee, innovazione e impresa.



Il nuovo paradigma è:
Avviare una progressiva diminuzione del consumo del suolo e degli inquinamenti, rigenerando la città esistente anche densificandola, ma comunque rendendola sicura, meno energivora e di nuovo capace di essere il teatro del confronto sociale e dell’innovazione culturale. 
In breve la Rigenerazione Urbana Sostenibile

Ancora oggi in Italia manca una politica condivisa sul futuro delle città grandi, medie e piccole; manca un centro di decisione sulle politiche urbane, sia esso un Ministero o un’Agenzia; manca una discussione non ideologica sulle priorità degli investimenti, riequilibrandoli tra grandi infrastrutture e città; non si è davvero avviato un confronto sulle innovazioni indispensabili degli strumenti, ancora illusi che basti scrivere una norma per governare i processi urbani.

Il rilievo dello stato di fatto delle città italiane è indispensabile se vogliamo davvero capire cosa possiamo e dobbiamo fare.
La condizione del patrimonio edilizio italiano è grave ed ha i seguenti numeri:
• Oltre 6 milioni di edifici e 24 milioni di persone vivono in zone ad alto rischio sismico.
• 1,2 milioni di edifici e 5 milioni e mezzo di persone vivono in zone a grave rischio idrogeologico.
• Il 55% degli edifici italiani ha oltre 40 anni di vita, il 75% nelle città: oltre un quarto degli 11 milioni di edifici italiani sono in stato di conservazione mediocre o pessimo.
• Dal 1948 al 2009 si contano 4,6 milioni di abusi edilizi, 450 mila edifici illegali e 1,7 milioni di alloggi illegali però solo 1 iter autorizzativo su 4 rispetta i tempi prescritti dalle norme e siamo il fanalino di coda dell’Unione Europea nell’attesa di un sì o di un no dell’Autorità pubblica a un progetto (la World Bank ci pone al 153° posto su 180 Stati rispetto all’ efficienza dei tempi per la burocrazia in edilizia).
• Il 35% dell’energia consumata in Italia è per gli edifici, un vero colabrodo energetico che ci fa “buttare” 22 miliardi ogni anno.
La resa della politica di fronte a un problema così complicato è evidente ma cresce la consapevolezza dei cittadini riguardo al problema e con essa la richiesta di soluzioni: i fenomeni di protesta dura, il ‘comitatismo’, le questioni della sicurezza e dell’integrazione, gli scandali sulla commistione tra ‘affari urbanistici’ e amministratori corrotti fanno tutti parte di questa difficoltà.

Dicono gli storici che l’eccesso burocratico sia il sintomo del declino di un Paese, ci auguriamo
così non sia, ma è certo che la condizione normativa in campo edilizio e urbanistico sia da tempo inaccettabile, perché:
• L’iper-legislazione non ha impedito l’abusivismo, i danni al paesaggio, l’aumento dei rischi alla sicurezza dell’habitat ed ha favorito lo sprawl urbano.
• La complessità normativa e l’incertezza del diritto ha contribuito in modo sostanziale a impedire il rinnovo del patrimonio edilizio nazionale ed allontanare gli investimenti,
oltre a favorire fenomeni di corruzione.
• La progressiva dominanza della logica giuridica su quella tecnica ha tolto finalità e utilità alle norme vigenti.

Il nuovo paradigma di governo del territorio è perciò l’equazione ‘riduzione di consumo di suolo = rigenerazione urbana sostenibile’, in cui le risposte ai bisogni abitativi (siano di origine demografica che tipologica) siano risolte riusando le aree urbanizzate.
Quasi tutto l’apparato legislativo e regolamentare esistente, già vecchio e inutilmente complicato di per sé, è per lo più inadatto a rispondere al nuovo paradigma perché l’uso della vecchia ‘cassetta degli attrezzi’ al servizio delle nuove esigenze mostra tutti suoi limiti.

Ridurre il consumo di suolo è una necessità impellente per motivi ambientali e per ricondurre la città a una definizione fisica riconoscibile e identitaria, ma anche perché la spesa pubblica ormai è incapace di garantire la sicurezza e la manutenzione di luoghi tanto estesi.
Il danno dello sprawl al paesaggio e ai territori è simmetrico ai danni interni alla città consolidata,
sempre più ferita da edifici e aree abbandonate fino al disastro dei borghi storici, vuoti di persone e assediati da un’urbanizzazione brutta e incivile.

La condizione del patrimonio edilizio italiano è pessima. Promuoverne la rigenerazione dovrebbe essere un cardine della strategia economica nazionale, garantendo la sicurezza e la salute degli italiani, ridisegnando le periferie urbane creando condizioni indispensabili d’inclusione sociale, intervenendo sugli spazi pubblici espropriandoli dalle auto per ridarli ai cittadini, facendo delle scuole i centri di incontro delle comunità.
È nota dagli studi sociologici degli anni Settanta – ma gli architetti lo sanno dal Rinascimento – la stretta connessione che esiste tra la città bella e la pace sociale, tra la qualità dell’habitat e lo sviluppo di un Paese. L’Italia, la cui colonna vertebrale è fatta d’insediamenti urbani millenari, ha dimenticato la lezione da almeno trent’anni. È ora di cambiare.

L’enorme consumo di energia del patrimonio edilizio (quarantacinque miliardi di euro all’anno solo per gli edifici residenziali) è la vera tassa immobiliare che tutti noi paghiamo, risultato del costo dell’energia di un Paese senza petrolio né nucleare. Se potessimo quest’anno rigenerare tutti gli edifici residenziali potremmo risparmiare venticinque miliardi l’anno, per l’eternità, con una conseguente riduzione di emissioni di CO2 a tutto vantaggio della nostra salute (e del sistema sanitario nazionale).
Rigenerare gli edifici da un punto di vista energetico non è un obbligo comunitario, né una fisima ambientalista: è una politica economica intelligente, che aumenta il PIL e diminuisce i costi, senza bisogno di grandi investimenti pubblici.
Infatti è nel risparmio medesimo che si ricava la maggior parte del valore economico che serve a ‘passivare’ gli edifici e con pochi intelligenti accorgimenti, combinando incentivi e regole, decollerebbe in fretta un processo di ristrutturazione profonda delle case degli italiani che porterebbe al suddetto risparmio, migliorando sensibilmente il comfort abitativo, cambiando l’aspetto – spesso pessimo – di quel settanta per cento di edificazione che tra il 1945 e il 1980 ha caratterizzato l’espansione urbana.
Con progetti di manutenzione, ristrutturazione, sostituzione edilizia possiamo ridare dignità alle città italiane, accettando la sfida alla bellezza dei nostri centri storici.