7 febbraio 2014

1996-2007 - secondo boom edilizio

Lo dice abbastanza chiaramente Lorenzo Bellicini, direttore del Cresme, nel suo editoriale sull'ultimo numero del Giornale dell'Architettura, che c'è stato un sorprendente ciclo di espansione edilizia che ha portato addirittura nel 2007 ad un numero di 500.000 occupati in più rispetto al 1998, quando erano 1,5 milioni.
L'economia italiana insomma con l'inizio del nuovo millennio ha investito gran parte delle risorse nel mattone, con un'operazione congiunta di famiglie, imprese e settore pubblico, che ha dimostrato però una grande difficoltà sul tema della qualità della produzione edilizia.
Seguono allora una serie di domande retoriche tipo: 
ha qualificato il nostro territorio?
ha rappresentato un nuovo modello di trasformazione del territorio?
ha migliorato la qualità della vita delle nostre città?
Molto poco, molto poco di nuovo.
Di nuovo perchè Bellicini sostiene che questa fase espansiva ci ha riportato indietro negli anni, dato che la parte più ampia della produzione edilizia ha ricordato per molti versi quella degli anni sessanta, nel quasi inscindibile binomio boom edilizio e speculazione fondiaria, insomma consumo di territorio a basso costo.

Bellicini sottolinea i numeri della crisi; crollo del 50% del mercato immobiliare, discesa del 30% dei prezzi,  400.000 occupati in meno e 250-300.000 nuove abitazioni invendute, il bilancio della  lunga onda di crisi che ha visto due diverse fasi, quella internazionale del 2008-2009 e  quella italiana del 2012-2013.
Mette poi in evidenza come, a fronte di uno sforzo economico piuttosto consistente, si siano raggiunti risultati piuttosto modesti, soprattutto dal punto di vista della qualità del costruito e dell'innovazione, anche in campo energetico. L'impressione non solo sua insomma è che sia stata persa una grossa occasione di riqualificare i nostri territori, spesso già degradati e “sfilacciati” quando c'erano le risorse, anche se in una situazione un po' "drogata". 

Il sistema edilizio Italia ha dimostrato insomma una scarsa capacità di cambiare la sua offerta sul mercato ed ha finito per ripercorrere strade note e già battute, con l'aggravante che a fronte di maggiori risorse economiche e tecnologiche, si sono raggiunti risultati probabilmente peggiori con un consumo di suolo molto maggiore.

L'ISPRA ha presentato nel 2013 dei dati piuttosto allarmanti sul consumo di suolo in Italia, mettendo proprio a confronto il 1956, in pieno boom edilizio con il 2010.


Non si può dire comunque che il tema del consumo di suolo non sia di attualità, ormai se ne discute da mesi in parlamento, anche grazie alla spinta di alcune associazioni come salviamo il paesaggio e recentemente anche Renzo Piano ne ha parlato rimettendo in primo piano la necessità di intervenire sul costruito o comunque nelle aree già urbanizzate e sottratte al paesaggio naturale e agricolo.
Attenzione però a non esagerare, vizio purtroppo tipico di certi movimenti e associazioni, perché stare attenti al consumo di suolo non equivale a non fare nulla e a scagliarsi contro qualsiasi nuovo intervento.
Il punto fondamentale è e deve restare l’interesse pubblico, quello vero e dimostrato, cioè non è possibile piegarlo di fronte ad interessi particolari. Insomma togliamoci il vizio di mettere in quel grande calderone identificato come “speculazione edilizia”, il diavolo, qualsiasi intervento di trasformazione del territorio.

Forse tutti noi architetti abbiamo la sensazione che siano stati altri a progettare e realizzare questo boom edilizio e probabilmente è anche vero, visto che essendo circa 150.000, c'è sempre un altro pronto a farlo al posto nostro, per non parlare di altri professionisti ben più scaltri di noi. 
La verità però è che, anche ammesso che sia vero, forse a questo punto è poco rilevante, non perché voglia dare agli architetti, a noi architetti, colpe ingiuste che non abbiamo, ma perché ho l’impressione che la nostra immagine sia sempre più decaduta all'interno dei nostri confini, ancora di più dopo il boom di cui parliamo e sarà molto difficile riuscire a riabilitarla, così come per molti pezzi di città realizzati nei tempi recenti, soprattutto se non ce ne rendiamo conto noi prima di tutto.