17 luglio 2014

economia della cultura

La cultura permette di mangiare, nel senso di creare economia?
Alla domanda tormentone degli ultimi tempi forse c'è una risposta, anzi più di una. 
Il Giornale dell'Arte infatti in occasione del Master in World Heritage and Cultural Projects for Development dell’Università e del Politecnico di Torino, che si è svolto il 29-30 maggio scorsi, ha intervistato cinque economisti e un banchiere con esperienze internazionali nel campo della cultura per sapere quali sono i loro consigli per il nostro Paese.
Le risposte degli esperti sono estremamente interessanti, perchè tracciano diversi scenari utili a capire come investire al meglio il denaro pubblico per lo sviluppo economico del patrimonio culturale, dimostrando che è possibile creare sviluppo in diversi modi attraverso i beni culturali.
L'architettura viene citata più volte dagli esperti come uno dei motori trainanti dell'industria cretiva ed è evidente che tutte le economie avanzate puntano molto su questa disciplina, sia per alimentare il dibattito culturale che per migliorare gli spazi di vita e l'immagine delle città.
il giornale dell'arte



David Throsby, australiano, dal 1974 professore di Economia a Sydney, è l'autore di Economia e cultura, il libro più diffuso sul tema della relazione tra economia e cultura.
Secondo la sua interessante visione il sistema culturale ha una struttura a cerchi concentrici con al centro le arti visive, performative e letterarie, che guidano l’innovazione
prima verso i musei, il cinema, la fotografia, le biblioteche e gli archivi, poi verso l’editoria, la televisione, i media e infine verso la pubblicità, la moda, il design e l’architettura, attraverso un processo di diffusione non a senso unico, che si propaga in tutte le direzioni. Si crea in questo modo un mondo del lavoro variegato in cui molti si formano in una disciplina del cerchio centrale per lavorare anche in settori completamente differenti. 
[…] penso che l’agenda sulle industrie culturali e l’economia della cultura debbano avere un ruolo fondamentale nelle riunioni di Governo. […] la politica culturale riguarda più Ministeri, coinvolge istruzione, commercio, sviluppo industriale […] Il ministro della Cultura dovrebbe coordinare le attività culturali dei diversi Ministeri».

Why the arts are a central force in the economy



Allen J.Scott, inglese, cittadino americano e canadese, è stato professore di Politiche pubbliche e Geografia economica a Los Angeles e ha studiato con attenzione il rapporto città-creatività nell'epoca postmoderna. Nei suoi scritti sostiene che le industrie creative come cinema, musica, videogiochi, moda, design, architettura sono il fulcro dello sviluppo economico.

La grande ricchezza di tradizioni, arte, architettura e altri beni culturali italiana ha determinato la forte tentazione di concentrarsi solo sulla conservazione. Penso che ora occorra guardare alla nuova economia culturale italiana, con le nuove industrie culturali e creative che si stanno sviluppando sempre di più: gioielli, moda, architettura, editoria, enogastronomia.


Andy Pratt,  cinquantenne inglese, da settembre 2013 è professore di Economia della Cultura alla City University di Londra, città dove ha sempre insegnato questa stessa materia in altre istituzioni. Nella cultura, profit e non profit vanno insieme. L’economia creativa nell’Europa continentale può essere capita solo studiando la tensione tra questi due mondi e non, come spesso accade, sbagliando, affrontando i due temi separatamente.

L’area emergente, quella che dovrebbe essere all’inizio dell’agenda, riguarda il futuro, dove le nuove professioni e le nuove aree di attività produttiva stanno nascendo. Alcuni accademici proprio in Italia stanno portando avanti un lavoro innovativo nel guardare alla relazione tra le nuove tecnologie e la conservazione delle collezioni museali. Questa è proiezione verso il futuro: nuove tecnologie e dialogo vivo con il passato.


Xavier Greffesessantenne francese, è professore di Economia a Parigi, dove dirige anche il Master in Economia e gestione della cultura. Nei suoi libri troviamo uno sguardo generale sul cambiamento dell’artista da bohémien a imprenditore e la domanda se il patrimonio culturale sia un fattore di sviluppo o un peso per la società. La sua visione: la cultura è anche un «bene intermedio»; l’introduzione delle arti nei programmi scolastici fa aumentare del 50% le probabilità di successo negli studi. In realtà la cultura è un investimento a lungo termine ed è più importante del finanziare un festival, perché migliora la qualità dei prodotti, dei servizi sociali alla persona, l’integrazione e così via. Per molti questo ruolo della cultura come atto di «consumo intermedio» invece che «finale» è sminuente. Gli artisti spesso si sentono strumentalizzati se coinvolti in qualcosa che non è creatività artistica pura.
Il Governo francese da molti è considerato un benchmark perché spende molto in cultura e, in proporzione al Pil, investe 5 volte l’Italia. […] le amministrazioni locali spendono quasi quanto il Governo centrale. Credo che le industrie creative italiane, come l’architettura, dovrebbero oggi essere supportate molto di più. […] è molto più difficile riuscire a finanziare ogni cosa, andrebbero riviste le politiche in una logica di investimento e di riduzione della burocrazia.
In Italia i manager del settore culturale sono, per esempio, molto più anziani che in Francia, Paese in cui chi si prende la responsabilità di un’istituzione culturale deve presentare un progetto che viene discusso e che, se approvato, deve essere implementato.

Lluis Bonet,  cinquantenne spagnolo, dal 1988 professore di Economia applicata e di Economia della cultura all’Università di Barcellona , dove dirige i Master e il Dottorato in Gestione culturale.

La cultura motore per la crescita economica locale. Spagna, Paese fortemente decentralizzato in cui alcune città investono molto in cultura, mentre altre non investono affatto. Ai grandi successi, come Bilbao e Barcellona, si contrappongono altri esempi ad alto rischio di insuccesso o del tutto negativi. Nell’insieme il caso spagnolo ha però dimostrato che in 30 anni è possibile passare da un settore culturale molto sottosviluppato a delinearne uno abbastanza avanzato.


Penso che in Italia si dovrebbe sviluppare una visione strategica che parta da un preciso studio diagnostico della situazione attuale e poggi su un’idea chiara del ruolo che la cultura può ricoprire per il futuro del Paese nei prossimi 10 anni. Bisogna definire che cosa si può salvare e che cosa no, oltre a come investire negli aspetti strategici. Se il Ministero semplicemente tagliasse la stessa percentuale ovunque sarebbe un errore colossale.


Anthony Bigio è un sessantenne italo-americano, oggi professore di Pianificazione urbana sostenibile alla George Washington University e fino a pochi mesi fa specialista e coordinatore delle attività della Banca mondiale nel campo dei beni culturali e del turismo sostenibile.

I centri storici nei Paesi in via di sviluppo sono ambienti urbani molto degradati, al contario dell’Europa dove il centro ha alti valori immobiliari e abitanti facoltosi. La Banca mondiale lavora con progetti di housing, accessibilità, accesso idrico e sanitario, ridisegno di spazi pubblici in una logica di turismo sostenibile, prima di tutto a favore dei residenti, ma che servono anche ad accogliere i turisti, capaci di creare opportunità imprenditoriali su piccola scala, riabilitando edifici e trasformandoli in hotel caratteristici o bed & breakfast o in sede per attività artigianali. Anche l’artigianato, come attività culturale che tipicamente insiste su queste stesse aree storiche e centrali, incrementa infatti l’attrattiva del luogo e genera opportunità.

L’Italia ha un’immagine molto forte, a livello internazionale, nel campo della cultura e della gestione della cultura ed è diffusa l’idea che ci siano alte competenze, a livello accademico e professionale, per gestire le città storiche e conservare l’incredibile patrimonio di risorse culturali accumulato nei secoli. Penso che il Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo dovrebbe cercare di rendere il più efficiente possibile questa opportunità. 
L’esportazione dei servizi nella gestione dei beni culturali è un’opportunità importantissima.