9 luglio 2014

la critica dell'architettura

Joseph Rykwert, storico dell'architettura inglese, ha scritto un articolo dal titolo piuttosto esplicito  Ma la critica conta qualcosa? pubblicato su Domus lo scorso aprile.


Proprio nello stesso periodo uno dei critici americani di architettura più influenti, Paul Goldberger, in precedenza al New York Times e vincitore del premio Pulitzer, ha lasciato il prestigioso The New Yorker per andare a lavorare a Vanity Fair.

Paul Goldeberger


Se poi aggiungiamo ai segnali di difficoltà il fatto che una delle Mostre di architettura più importanti del mondo, la Biennale di Venezia, abbia come direttore dell'edizione in corso non un critico, uno storico o un curatore, ma uno degli architetti contemporanei più famosi e discussi, Rem Koohlaas, che rientra a pieno titolo nel ristretto gruppo delle archistar, il quadro diventa ancora più completo.

Koolhaas - photo fred ernst

Sono fatti molto diversi, ma probabilmente contribuiscono tutti ad evidenziare le difficoltà che incontra oggi la critica in architettura, soprattutto leggendo le parole e le riflessioni di Rykwert, che giustamente si chiede quanto questa possa apparire irrilevante agli occhi di un architetto di riconosciuta fama mondiale e dei suoi committenti e ammiratori.



Il discorso critico pare ancor meno rilevante per quegli edifici la cui stravagante massa imbratta oggi le pubblicazioni del settore... 

Enormi vele spiegate e gigantesche caffettiere, cetrioli e porcospini sembrano presentarsi al critico come entità che lo sfidano a dipanare matasse disperatamente ingarbugliate...

Eppure, dinanzi a tali rompicapo, il critico non deve togliere il cappello di pensatore, ma calcarselo bene in testa, fare attentamente i conti con quelli che sembrano apparire degli aspetti dozzinali in architetture apparentemente straordinarie: in che modo, per esempio, è risolto il contatto tra edificio e terreno? Come sono gestiti gli ingressi pedonali e in che modo sono distinti dall’accesso per i veicoli? Com’è organizzato il transito del visitatore verso i piani superiori? E qual è il rapporto tra queste zone di circolazione e il passaggio dagli spazi pubblici a quelli semi-pubblici? Un vero critico dell’architettura, per capirlo, deve leggere una pianta con pervicace puntiglio. 

E ancora: qual è il legame tra la struttura e l’aspetto materiale dell’edificio, e come si configura il rapporto tra la più stravagante delle configurazioni e il modo in cui la costruzione si colloca nel suo ambiente? E qual è, ammesso che ci sia, il contributo che essa dà alla composita immagine della città della quale è un componente? Il critico è inoltre perfettamente giustificato se indaga come l’edificio sia percepito sia dai suoi utilizzatori sia dal pubblico in generale, dato che tali reazioni fanno sicuramente parte di qualsiasi arsenale metodologico...

Sono sempre stato convinto che il critico debba essere un combattente. Per esserlo, è necessario naturalmente avere una base da cui operare – non solo quella ovvia di un quotidiano, di un periodico, di un programma radio o TV o magari di un blog – da cui rendere pubbliche le proprie opinioni, ma è necessario, più intimamente, possedere una nozione chiaramente articolata di quello che si pensa la società debba aspettarsi da chi costruisce le sue strutture. 

Infine, il critico deve avere un concetto sufficientemente chiaro delle aspettative della società, del modo in cui l’architetto può contribuire o non contribuire al bene comune. Tutto questo va benissimo, ma perché dovrebbe contare, e per chi? Sul breve termine, l’effetto delle parole di un critico può anche non essere così ovvio – di certo non per le archistar, che, come le popstar, non ne sono toccate – per quanto non sia un segreto che alcuni architetti possano esservi sensibili, a volte anche al punto da minacciare la causa per diffamazione. 

Forse più importante è l’effetto su quanti commissionano un edificio, che tendono a considerarsi dei mecenati se non dei benefattori, e così vedono qualsiasi dibattito su prodotti della loro magnanimità come una maniera di mettere in dubbio il loro buon nome. Tali rischi non fanno altro che suggerire come le parole del critico impegnato non siano tutte inutili, e che oltre qualsiasi risentimento esse possano benissimo promuovere la riflessione e magari guidare i partecipanti al processo di realizzazione dell’edificio a cambiare il loro approccio.
Più attivamente, i critici a volte prendono parte a concorsi e siedono nelle giurie di premi che richiedono il loro coinvolgimento nelle decisioni progettuali... 

Quindi, anche se si vuole essere alla moda e stupire tutti con le forme più originali, non si può comunque prescindere dalle funzioni reali che l'architettura è chiamata da sempre a svolgere per i suoi utenti e più in generale per il funzionamento della città.