11 aprile 2015

Chipperfield e il MUDEC

La polemica tra l'architetto inglese David Chipperfield e il Comune di Milano riguardante il complesso del MUDEC, il Museo delle Culture nell'area ex Ansaldo, è alla ribalta già da parecchi giorni prima e dopo l'inaugurazione avvenuta il 27 marzo scorso.

Architectsjournal - Photo © Oskar Da Riz

Dopo gli articoli di cronaca sulla stampa generica italiana infatti il caso Chipperfield sta rimbalzando sulle riviste web specializzate in architettura sia italiane che straniere ed è diventato ormai di rilievo internazionale.
All'inaugurazione del Museo lo studio Chipperfield, autore del progetto, non era presente e in pratica non ha voluto mettere la sua firma sull'edificio realizzato. 
Il problema è la pavimentazione disomogenea e posata male, che sembra più la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo di problemi, ritardi ed incomprensioni reciproche, anche se le foto pubblicate sul Giornale dell'Architettura parlano da sole.


A parte l'evidenza del fatto, come dice giustamente Chipperfield si tratta di Cose per le quali non serve un occhio esperto, le vedrebbe anche mia madre, occorre forse allontanarsi un momento dalla polemica e fare alcune considerazioni più generali sull'architettura e le opere pubbliche in Italia, problema già noto che lo stesso Chippefield solleva, forte della sua ampia esperienza sul campo con vari progetti italiani in corso. 
Nel 2000 abbiamo vinto la gara per Ansaldo Città delle Culture. In questi ultimi anni abbiamo vinto anche la gara per l’ampliamento del cimitero San Michele di Venezia, quella per la costruzione del nuovo Palazzo di Giustizia di Salerno e quella per la realizzazione del Museo di Storia naturale di Verona. Questi e altri progetti successivi, come la ristrutturazione dell'Ospedale di Santa Chiara a Pisa, dimostrano il nostro interesse e il nostro impegno per l’edilizia nel settore pubblico italiano. Spero di non apparire indiscreto se affermo che i progetti pubblici in Italia non sono cosa semplice...


Architectsjournal - Photo © Oskar Da Riz


Forse basta mettere in fila alcuni dati, sempre grazie al Giornale dell'Architettura, per avere un'idea di cosa può succedere ad un'opera pubblica in Italia.
Chipperfield vince il concorso nel 2000. L'appalto dei lavori viene vinto nel 2009 dall'impresa Consorzio Cooperative Costruzioni con un ribasso del 39% (che in qualche modo dovrà riguadagnare). La direzione dei lavori di un'opera di grande qualità architettonica viene affidata al Comune di Milano, che nel 2011 decide di sostituire la pietra scelta dal progettista per i 5000mq di pavimentazione. (Perchè? Per risparmiare? Chi ha risparmiato da questa scelta?)

Oggi siamo nel 2015 e si è stati costretti, per aprire in tempo il museo per l'Expo, a concludere i lavori di corsa con evidenti problemi nella qualità della realizzazione.
Un'altra particolarità di questo episodio, sottolineata con intelligenza da Alberto Caruso nel suo articolo su Linkiesta, è che la polemica riportata sui giornali sia nata tra il progettista e l'assessore alla cultura, non quello competente ai lavori pubblici. Quindi chi ha parlato di dettaglio, riferito ai 5000mq di pavimentazione, e di faticoso rapporto con lo studio Chipperfield, non è l'assessore competente nella materia (non lo è neppure professionalmente essendo un musicista) e forse non ha neppure vissuto direttamente le vicende di cui ha parlato. 



Le architetture di Chipperfield puntano moltissimo sulla qualità dei materiali e sul dettaglio in fase di realizzazione, vista anche la semplicità delle forme e dei volumi, quasi fuori tempo in un'epoca caratterizzata soprattutto da architetture esibite e "urlate", in cui il dettaglio è divenuto spesso più una questione tecnologica che architettonica. 
A proposito di questa "diversità" è estremamente interessante la conversazione di Chipperfield con Caruso e St John pubblicata sul numero 87 di El Croquis a lui dedicato, perchè l'architetto racconta bene la sua visione e il senso dell'architettura. 
All'inizio della carriera indipendente, prima aveva lavorato nello studio di Richard Rogers, si è dedicato quasi esclusivamente all'architettura degli interni sviluppando quindi una particolare capacità nella scelta e nell'utilizzo dei materiali.
Quindi in Miyake ho capito che se fai un pavimento in pietra, la sua presenza non è tanto forte come quando fai tre gradini in pietra. E' a quel punto che puoi vedere la pietra non solo come una superficie, ma come un peso... un materiale.


La vicenda quindi non può meravigliare nessuno che conosca un minimo il mondo delle costruzioni, visto che oggi in Italia c'è una cultura scarsissima del realizzato bene.  
Nei progettisti c’è in genere molta confusione sul linguaggio architettonico che spazia dalla voglia di strafare riempiendo gli edifici di svariati colori, forme e materiali, all’incapacità di uscire da un orizzonte molto limitato dal punto di vista formale e culturale, unita spesso a una scarsa esperienza realizzativa; nelle imprese di costruzione si può vedere una notevole cultura dell’approssimazione e spesso una visione del progettista come ostacolo alla conclusione veloce e sbrigativa del lavoro; nella pubblica amministrazione una mancanza di visione ampia e futura che si risolve nel la riduzione di tutto ad una pratica burocratica da concludere se possibile con il minimo sforzo e il minor rischio possibile.
 
Il commento finale di Chipperfield è sacrosanto: Ma l’architettura non ammette scuse di sorta: ciò che è costruito è costruito. In seguito non contano più né il cliente, né l’appaltatore e neppure l'architetto, conta solo l'edificio. Le discussioni, le controversie, le personalità non sopravvivono, solo ciò che è stato costruito rimane, ed è questo il motivo per cui questa storia è così triste. È triste che la pubblica amministrazione abbia dedicato così tanto tempo a declinare le responsabilità e così poco alla risoluzione del problema»