12 luglio 2012

social housing

L'edilizia residenziale pubblica oggi la chiamano social housing, con un termine fresco, nuovo e alla moda, come se l'avessero inventata ieri nel mondo anglosassone. 
Visti i problemi di bilancio delle amministrazioni pubbliche però oggi sono le SGR, società di gestione del risparmio o i privati più illuminati in cerca di nuove aree edificabili come "merce" di scambio a finanziarlo, invece degli Enti pubblici di un tempo.
Sono oggi come ieri tra le occasioni di lavoro più interessanti e prestigiose per i progettisti, che riescono a farsi le ossa e a mettersi in mostra con progetti di valore sociale, dopo l'ubriacatura sensazionalistica delle archistar e del loro archi-circuito sempre più esclusivo. 
Di fatto oggi credo che per avere un'idea di quali sono i progettisti italiani più interessanti, si debba proprio guardare a questo tipo di interventi.

Invece gli esempi più conosciuti di interventi di edilizia residenziale pubblica degli anni '60 '70 e '80 in Italia sono già da molti anni alla ribalta delle cronache, quasi mai per motivi positivi purtroppo. Giorni fa il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo che "celebrava" i 40 anni del Corviale, raccontando una visita fatta in questa occasione al "serpentone" lungo un chilometro.

Giustamente Pullara esordisce nell'articolo chiedendosi perchè lo chiamano serpentone, dato che non si è mai visto un serpente così rettilineo. Si dice che forma una barriera così grande da aver bloccato il ponentino, il famoso vento che rinfresca le serate estive della Capitale. Un'altra leggenda è che i lunghi corridoi di collegamento interni siano stati usati per scorribande poco appropriate sugli scooter. Questo dimostra comunque quanto ormai l'edificio sia entrato nel bene e nel male nell'immaginario cittadino.
Il fallimento del progetto, uno dei più ideologici di tutti i tempi, così come lo avevano concepito i progettisti è ormai conclamato, sia a causa del degrado provocato dall'uso di materiali scadenti che dall'incapacità di gestirlo sia dal punto di vista dei servizi per gli abitanti che della manutenzione, ma il quartiere-edificio di Mario Fiorentino è così impressionante nel suo profilo infinito e così estremo nella sua sperimentalità, da essere da tempo meta di "pellegrinaggio" architettonico da tutto il mondo. Questo almeno lo rende un po' più aperto verso l'esterno e contribuisce a stemperare quell'effetto "ghetto" tipico di queste realtà. 
Anche Tor Bella Monaca, pur essendo un modello un po' diverso e successivo, è un quartiere molto chiacchierato, soprattutto da quando il sindaco Alemanno ha chiamato Leon Krier per rivedere il quartiere, con il "solito" incarico di consulenza gratutito. Krier ha elaborato un progetto che praticamente demolisce e ricostruisce da zero il quartiere, facendolo diventare una sorta di città ideale fuori dal tempo. Sembra quasi che per "combattere" un'urbanistica fortemente ideologizzata, discutibile e fallimentare, si utilizzi un'edilizia apparentemente altrettanto ideologica e discutibile, con un  esperimento senza dubbio difficile e rischioso.
Lo Zen di Palermo è frutto di un impianto urbanistico piuttosto insolito ed è negativamente alla ribalta delle cronache da tempo. Proprio di recente il suo famoso progettista Vittorio Gregotti è stato vittima della Iena Enrico Lucci, brutto cliente per tutti, Lucci intervista Gregotti sullo Zen di Palermo, e ha fatto la figura dell'architetto snob che vive e lavora nel lusso, ma progetta quartieri indecenti per i "poveracci"... 

Le Vele di Secondigliano a Napoli sono il terzo esempio più noto, già prima che vi girassero Gomorra e rappresentano un altro esempio di miscela esplosiva creata da un modello abitativo sperimentale discutibile e sbagliato, abitato da classi sociali difficili.

Tutti e tre i casi dimostrano che i due ordini principali di problemi sofferti dai quartieri di questo tipo riguardano la sfera edilizia e quella sociale, che nella realtà finiscono per mescolarsi in maniera così profonda, da rendere molto elaborata e complessa la loro analisi. 
Certamente rappresentano esempi di una sperimentazione urbanistica piuttosto avventurosa, giustificata a suo tempo e forse anche tempo dopo, con l'emergenza abitativa. 
Purtroppo però la missione sociale compiuta al tempo con gli interventi di edilizia economica e popolare è oscurata dal fardello pesantissimo che l'amministrazione pubblica si trova a dover sostenere oggi con le spese di manutenzione per degli edifici fatti con materiali poco durevoli, che sono anche veri e propri colabrodi energetici
Se avessimo studiato con più attenzione gli esempi esteri e la sociologia urbana forse avremmo potuto evitare un po' di errori, approfittando almeno una volta del nostro cronico ritardo.