4 ottobre 2012

gastronomia e packaging

Ieri Claudia Neri, designer e art director, ha scritto un articolo piuttosto interessante sul blog la nuvola del lavoro del corriere a proposito di cibo italiano e della sua vendita all'estero.



A proposito di Italia e cibo italiano, mi dispiace aver già scritto quattro parole in inglese, mi rendo conto che è piuttosto contraddittorio per uno che cerca di sostenere il madeinitaly (eccone un'altra che sono tre!), ma purtroppo (?) sono divenute parte del nostro vocabolario, anche se credo che sarebbe meglio contenersi e cercare di rivalutare per quanto possibile la nostra lingua.

Tornando all'articolo, che ha ricevuto molti commenti di cui la stessa autrice si meraviglia, credo che la sua forza sia di dire, attraverso la "pancia", molte cose sull'attuale situazione italiana. Parla in particolare del packaging dei nostri prodotti, ossia di tutto il processo che porta alla realizzazione delle confezioni, in gran parte affidati a grafici specializzati (?). Sicuramente l'ispirazione è arrivata da recenti ricerche di mercato che parlavano di una netta prevalenza delle esportazioni tedesche (sempre loro, si!) rispetto alle nostre in campo gastronomico. 
...Le aziende italiane però sembrano determinate nel proporre anche ai mercati esteri quello che fanno per il mercato interno, ossia del packaging che solo noi italiani possiamo capire, o quantomeno tollerare. Un tempo non era così, si sa...
...Dagli anni 80 però in Italia le grandi aziende alimentari e agenzie di pubblicità hanno stabilito che il per vendere alimentari si deve utilizzare un’iconografia rassicurante e fumettosa, con immagini per adulti-bambini... 
...Il consumatore italiano ormai sa quali sono i canoni e di più non chiede... La “shopping class” globalizzata ad esempio negli anni ha scoperto il gusto per la pulizia del minimalismo nelle confezioni di prodotti alimentari...
...Purezza anche tipografica, niente ombre e sfumature. Packaging che fanno uso di fotografie belle per davvero...
...Sarà quindi colpa di complessi fattori macroeconomici se nei supermerkati da Dubai a Filadelfia i prodotti italiani veri sono finiti sullo scaffale del food etnico, mentre quelli degli italian fake, fatturano (a nostro danno). Ma di sicuro il packaging 1.0 non aiuta. Chissà che i recenti dati dell’export in questo settore convincano qualche azienda italiana che il mondo sarà pure globalizzato, ma il packaging nazional popolare post carosello, a differenza della cucina made in italy, non è esportabile. 

Se con un piccolo sforzo di immaginazione si applicano queste considerazioni critiche all'architettura, ci si avvicina al sommesso grido di allarme (Dov'è l'architettura italiana?), che da molti mesi ormai sto lanciando da questo blog, sulla deriva/assenza della nostra architettura in campo internazionale, che influenza anche in maniera piuttosto negativa le nostre città e il paesaggio in generale.
Questo conferma che l'architettura, pur essendo una disciplina particolare e complessa, non è l'unica arte visiva in difficoltà nel nostro paese, vista la crisi che investe anche la grafica pubblicitaria in tutti i suoi aspetti e forse anche l'arte. Sembrerebbe che il design nel campo dell'arredamento sia ancora in buona salute, con molti protagonisti italiani più o meno giovani, anche se non credo sia solo a causa della globalizzazione che molte delle nostre storiche aziende si affidano sempre più spesso a designer stranieri.