18 maggio 2015

architettura e pianificazione urbanistica

Progettazione architettonica, urbanistica e pianificazione strategica è il titolo della relazione che Franco Archibugi, professore di Economia e Pianificazione, Presidente e fondatore del Centro di studi e piani economici, (organismo di ricerca finalizzata allo sviluppo di un approccio integrato e unificato della pianificazione) ha scritto per il suo intervento al Congresso nazionale INARCH: “Architettura: una risorsa per la modernizzazione”, tenutosi a Roma all'Auditorium della Tecnica il 21 Gennaio 2000.

Città dello sport a Tor Vergata - foto da skyscrapercity


L'intervento è talmente ricco di spunti e considerazioni fondamentali che è stato difficile fare una selezione per non riprodurlo interamente. Compenserò la lunghezza della "sintesi" evitando miei commenti. Ha già detto e scritto tutto così bene Archibugi che è difficile aggiungere altro.



1. L’architettura componente essenziale della pianificazione urbanistica
[…] mi limiterò ad esternare qualche convinzione, che ho maturato dopo alcuni decenni che mi occupo di pianificazione in generale ed urbanistica in particolare.
La prima convinzione – che non suonerà certo bizzarra agli orecchi dei colleghi architetti – è che nella pianificazione urbana un requisito fondamentale di successo della pianificazione è la presenza di elevati valori architettonici. La città, la città vivibile e desiderabile, la città efficiente e funzionante, la città che produce “effetto-città” (cityness) deve avere una componente architettonica importante, altrimenti non raggiunge i suoi scopi.
La seconda convinzione tuttavia - per la quale non sempre ho incontrato adeguata comprensione presso i colleghi architetti – è che la componente architettonica è solo una delle componenti di una pianificazione urbana efficace; una componente indispensabile, ma assai lontana dall’essere sufficiente.
Il PRG di Roma del 1962
2. Il danno di una visione solo architettonica della pianificazione urbana
[…] Il problema è che i pretesi piani che abbiamo saputo produrre o praticare fino ad oggi erano, e purtroppo sono ancora, tutto fuorchè “piani”, bensì una loro incompetente e presuntuosa mistificazione; essi erano, e sono ancora, solo configurazioni disegnate, belle cartografie colorate per riviste patinate, senza nessun riscontro nelle possibilità di attuazione, e senza una adeguata contabilità socio-economica che ne sancisse la fattibilità.
Ma da tutto ciò, ho maturato anche una terza convinzione: che la scarsa fattibilità o coerenza dei piani solo fisici e disegnati, anziché esaltare il valore architettonico della pianificazione, lo ha depresso, peggio affossato.

3. Complementarietà fra piani urbanistici e “grandi opere” architettoniche
Fallita la stagione dei piani (ma in realtà caricature di piani), è succeduta quella delle “grandi opere”. Ma le grandi opere senza una adeguata strategia territoriale a monte fanno fatica a mettere le gambe. Nei paesi in cui si sono realizzate, e che usiamo prendere ad esempio di maggiore vitalità architettonica, esse sono state precedute da opzioni territoriali ben precise, che hanno disegnato dapprima un percorso strategico di opzioni che non erano architettoniche bensì politico-sociali, territoriali e urbanistiche nel senso più completo della parola, sostenute da analisi di fattibilità economico-finanziaria, serie e responsabili. Cioè da piani strategici di medio-lungo periodo effettivi, autentici, e non solo di nome.
[…] Una progettazione ben strutturata a monte nei suoi termini di riferimento, è una progettazione che è avviata a trovare un percorso facile nella sua attuazione. Un progettazione senza vincoli a monte, si trova invece nella necessità di inventare cammin facendo (ma un cammino irto di tentativi e di feed-back) i suoi propri aggiustamenti e arrangiamenti estemporanei, con risultati temporali, e anche di contenuto, deleteri, che negano gli stessi valori della progettualità, che sono quelli di studiare razionalmente in modo unitario e sistemico, il massimo di condizioni e di scelte in sede di progetto.
E’ inoltre da considerare il rischio che il prodotto di queste progettazioni, senza definizioni di vincoli, standard e parametri, finisca per superare talmente i mezzi a disposizione, da paralizzarsi, e non avere alcun risultato operativo.
Dunque, la fattibilità studiata ex ante è anche garanzia di speditezza, facilità e rapidità delle decisioni. Quella frenesia degli architetti-urbanisti di mettersi scarpe non proprie, ha costituito per l’architettura un bel boomerang. Ha paralizzato le decisioni; reso immediatamente conflittuale ogni progetto, creando situazioni di stallo decisionale; giacchè le opzioni circa l’uso delle risorse si sono fatte non in sede strategica – preventiva alla valutazione dei singoli progetti e da persone competenti cioè da programmatori – ma per ogni progetto casuale preso per se stesso.
Centro Congressi "La Nuvola" all'EUR - foto da Il Post
4. Vincoli e creatività: capitolati più chiari e forti
Non bisogna dimenticare che spesso la causa di questo è nell’assenza di professionalità. In primo luogo della professionalità dei decisori (politici ed amministrativi) e dei loro esperti, cui incomberebbe il compito di pianificare in modo più “strategico” e sistematico le proprie singole decisioni ed iniziative. Soprattutto di avere – almeno per quanto riguarda l’iniziativa degli enti pubblici – una visione più programmata ed efficiente dei rapporti fra obiettivi, mezzi (finanziari e no) a disposizione, e territorio, e la capacità di avere dei misuratori dei risultati.
Ma dobbiamo riconoscere che è anche responsabilità dei progettisti che talora accettano, non solo senza “fiatare”, ma anche con una certa soddisfazione, l’assenza di vincoli, parametri, standard e indicatori di prestazione, nella presunzione che ciò renda più “libera” la loro attività creativa. A parte il fatto che ciò contrasta con autorevoli convinzioni di studiosi del comportamento psicologico, secondo i quali sono proprio gli ostacoli, le difficoltà, e quindi i vincoli, a sviluppare, stimolare, incentivare, la creatività e una efficiente progettualità, non bisogna neppure sottovalutare i danni, i rischi, che una progettualità senza vincoli crea alla realizzabilità dei progetti.
Dovrebbe pertanto far parte del bagaglio professionale di ogni progettista la capacità di valutare quando il cliente – specialmente se pubblico – non fornisce al progettista termini di riferimento sufficientemente chiari e vincolati (da scelte a monte) alla sua progettazione; e quella di chiederne la formulazione.
Certo, il singolo progettista non dovrebbe essere lasciato solo ad affrontare il committente pubblico (che già si cattura con difficoltà) in questa difficile operazione di persuasione, che potrebbe arrivare perfino al rifiuto di assunzione di incarico, se l’incarico non corrisponde ai requisiti di una professionalità corretta nel distribuire incarichi. Sono allora delle istituzioni professionali come l’IN/ARCH (è una proposta!) che potrebbero elaborare e rendere pubblici dei codici di comportamento, concernenti sia l’elaborazione di “capitolati” di progetto da parte dei decisori pubblici sia le modalità di accoglimento da parte dei progettisti di tali capitolati.
Tutto ciò è indubbiamente meno rilevante nel caso di clienti “privati” i cui progetti sono certamente assai più concretamente condizionati da vincoli, specie finanziari, e quindi più facilmente corredati di capitolati ricchi di targets predefiniti e di condizioni operative più forti di quelle incluse nei progetti pubblici. Lo stesso progettista è indotto, nel caso di progetti pubblici, a sentirsi più “rilassato” di fronte alla assenza di dovuti vincoli, sperando nella naturale flessibilità dell’operatore pubblico, che spesso però si traduce – come già detto - in un boomerang contro la efficienza operativa del progetto stesso, e dà luogo a infiniti contenziosi e ritardi e aggiustamenti (ciò è esattamente quello che rende così poco appetibile il mercato italiano a progettisti di altri paesi, allenati ad una altro clima operativo e professionale).
[…] Ebbene: in campo architettonico e progettuale , la committenza forte è rappresentata da un serio piano urbanistico che non può essere che il prodotto di un processo decisionale complesso, di natura politica e amministrativa, ma finalizzato a dotare una comunità di una sua “strategia” territoriale di lungo periodo (ovviamente suscettibile di scadenzate revisioni e aggiustamenti); in campo urbanistico, la committenza forte è rappresentata dalla capacità di giungere ad un piano urbanistico completo, integrato, e comprensivo di tutti quei requisiti che ne assicurano la fattibilità operativa. 

5. Pianificazione urbanistica e pianificazione strategica
[…] La pianificazione strategica non è che il cuore di quella “reinvenzione” del governare, che è diventata la salutare ossessione di tutti i governi nei paesi avanzati, in particolare negli Usa, per migliorare l’efficienza delle amministrazioni pubbliche, e per ridurne la dimensione e il sovraccarico, e che sta operando colà una vera rivoluzione gestionale.
[…] Lo sforzo essenziale in questo paese è quindi quello di migliorare la capacità professionale del decisore pubblico. Essa potrà essere rimossa con intensi sforzi, non solo di “riforme amministrative” (che da decenni si succedono da noi, senza molti successi sostanziali) ma da un intensa formazione della dirigenza pubblica. Questa formazione potrà toccare anche i politici (gli eletti), ma soprattutto deve essere indirizzata ai dirigenti amministrativi (dei nostri Ministeri, delle nostre Agenzie, dei nostri Enti e Società operative pubbliche, delle nostre Regioni, Provincie e Comuni).
[…] In conclusione, mi sento di affermare, e di scommettere per il futuro, che il miglioramento della pianificazione urbanistica da parte dei gestori delle città, che come ho detto è condizione essenziale di una maggiore vitalità della operatività architettonica, passa per il più vasto consolidamento della gestione e pianificazione strategica nelle diverse amministrazioni pubbliche, in particolare con quelle locali più direttamente attinenti alla gestione del territorio.